L'andirivieni

Sembra un andirivieni, e lo è. Agnelli e Cuccia scelgono Paolo Mieli per la direzione del Corriere nel 1993, dopo due anni e mezzo di comando rivitalizzante alla Stampa. Nel 1997 gli subentra Ferruccio De Bortoli, che lascia nel 2003. Dopo una breve direzione di Stefano Folli, alla fine del 2004 a via Solferino torna Mieli. Leggi Il presidente 24 Ore - Leggi Se Gianni Riotta fosse buddista rinascerebbe telefonino
14 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 08:36
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Sembra un andirivieni, e lo è. Agnelli e Cuccia scelgono Paolo Mieli per la direzione del Corriere nel 1993, dopo due anni e mezzo di comando rivitalizzante alla Stampa. Nel 1997 gli subentra Ferruccio De Bortoli, che lascia nel 2003. Dopo una breve direzione di Stefano Folli, alla fine del 2004 a via Solferino torna Mieli, che nel frattempo aveva esercitato le funzioni di direttore editoriale e di erede della cattedra epistolare di Indro Montanelli, titolare fino alla morte del rapporto con i lettori del giornale. E ora è di nuovo la volta di de Bortoli.
Tutto questo traffico è stato governato, dopo la scomparsa di Cuccia e di Agnelli, da un intreccio di poteri bancari, finanziari e industriali, un patto di sindacato affollato di soggetti diversi, frammentati e tutti con rilevanti interessi extraeditoriali e conseguenti legami nella rete lobbistica e politica del grande Nord. Non c’è da menare grande scandalo, più o meno tutta l’editoria italiana è così, anche il diretto concorrente del Corriere, il gruppo Espresso, i cui reggitori per un periodo ci fecero ascoltare chiassosi gargarismi sulla necessità deontologica di avere degli editori puri, per poi vendere a sorpresa, in nome della dote della discendenza e altri argomenti simpaticamente familisti, al finanziere e industriale Carlo De Benedetti.
Il cugino confindustriale del Corriere, quel Sole 24 Ore che coabita con il giornalone ultracentenario nella galassia del nord, sarà diretto da Gianni Riotta, un altro autorevole figlioccio del sistema, anche lui circolante via Stampa e Corriere, ma adesso in provenienza da un più che dignitoso Tg1. Da notare per i cultori delle notizie di regime: in tutti questi movimenti il peso specifico della volontà di Silvio Berlusconi, che sarebbe da quindici anni il padrone d’Italia, è pari a zero. Titoli molti, e non sempre benevoli, ma per il povero Cav. “sero testate”, per dirla alla Mourinho. Ci sarà modo più in là di ricostruire e analizzare in esteso il tempo lungo di Paolo Mieli nell’establishment milanese, quasi un ventennio di gestione e moral suasion da Enrico Cuccia a Cesare Geronzi; per adesso basta dir questo: allievo indipendente e ribelle di Eugenio Scalfari, Mieli ha vanificato la retorica del giornale come contropotere costruendo un modello di giornale leale senza complessi verso i poteri che rischiano i capitali nell’impresa editoriale.
Al mito del contropotere Scalfari ha prestato la forza del proprio narcisismo e un gusto moderno e militante per il prodotto, il giornale-tribuna; Mieli ai suoi poteri fin troppo reali, e spesso più deboli che mitici, ha fornito gli argomenti robusti di una posizione politicamente e culturalmente “terza”, un giornalismo classico rimodernato e “in minigonna”, e una linea di difesa flessibile contro le invadenze degli outsider (Berlusconi o l’alleanza di coop e furbetti, contrastati con una acquiescenza disinvolta ai vizi intrusivi delle diverse magistrature; lo stesso Prodi, che Mieli ha di volta in volta combattuto e sostenuto a seconda di quello che percepiva come il “nemico principale” del momento). Un lavoro strategico nutrito di sofisticate passioni culturali, compiuto da un gran bel cinico missiroliano, amico di tutti i nemici e nemico di tutti gli amici.